Il 14 Aprile 2013, nella giornata che abbiamo dedicato alla riflessione sul pensiero e la vita di Audre Lorde, è intervenuta Marta Gianello Guida, una giovane che si è laureata scrivendo una tesi su di lei e che durante il nostro incontro, ci ha raccontato come lo studio di questa pensatrice, lesbica, poeta e guerriera, abbia influenzato il suo pensiero e la sua vita.
Seguendo l’insegnamento di Audre Lorde che dice, più o meno, “l’unico modo per non farti usare (dal potere) è esserci”, ci consegna un intervento che nasce da un’esperienza intima, e che mette in connessione l’interno con l’esterno, secondo quell’idea radicale, scoperta dal femminismo, e che anche Lorde metteva in pratica, che “il personale è politico” e che “la poesia è il modo in cui contribuiamo a nominare ciò che è senza nome, in modo che possa essere pensato”, un luogo di resistenza all’omologazione e alla passività.
Di certo, senza Audre Lorde il pensiero queer, che oggi trova ampio spazio ed è alla base di tanta riflessione filosofica (pensiamo a Butler, per esempio, che svela i meccanismi di costruzione sociale del genere), non sarebbe stato possibile. Marta ha affrontato la sua tesi non da accademica, ma da attivista politica e ha proseguito con una ricerca personale che trova nell’uso della parola e nella sua espressione, un’importanza essenziale, poiché è soltanto attraverso l’uscita dal silenzio che si esce dall’invisibilità e si dà diritto di esistenza alla propria unicità e differenza. E questo lavoro, ci dice, è il solo che ha la possibilità di modificare quell’orizzonte culturale falso che è ancora l’universale neutro del sapere occidentale.


Le lettere che ho nel mezzo
Marta Gianello Guida

Il mio nome finisce con la a di marta e comincia con la m di marta. in mezzo non so dire quante lettere ci siano. ultimamente più mi chiedo chi sono più non ho risposte. ho risposte invece da chi mi guarda. io vedo una ragazza nello specchio ma non so cosa significa. il mondo mi rende attrice su palcoscenici ogni volta nuovi e ogni volta non curati da me. sono un'attrice inconsapevole ma neanche tanto ormai e i miei copioni sono le percezioni altrui. sono un losco individuo. una ragazza timida. un ragazzetto di sedici anni. una ragazza di 24 anni che studia. sono un ragazzo che potrei essere suo figlio. sono un figo da paura. una figa da paura. ma sono a-normale se normalità significa essere in quel modo esatto che non conosco. e quindi sono a-normata nell'unica direzione che conosco. per ora è quella che segue la mia cresta.

e dire che non ho mai voluto fare l'attrice. so che a volte raddrizzo le spalle e cammino dura, con la faccia da pocodibuono. con la faccia da maschio anche se non ho la barba. ma ho le spalle larghe, da maschio. scelgo un genere e lo recito perchè i ruoli in campo sono facce brutte, paura di pistole e botte. e chissà perchè il mio corpo sceglie di essere uomo. lo sappiamo in fondo perchè. e intanto i miei capelli fanno finta di niente e aspettano di tornare ragazza. paura. paura di morire infine. sarebbe molto più coraggioso essere una ragazza mentre cammino su un ponte vuoto. ma una volta mi hanno insultato urlandomi finocchio. e penso che sarebbe davvero il colmo se mi picchiassero perchè pensano che io sia un ragazzo, finocchio.

mi rendo conto che la mia percezione del rischio è cambiata. mi sono sempre resa visibile, anche sovrapponendo i generi, ma visibile. sapevo che il rischio c'era ma era minimo in confronto. in confronto ad altro. adesso in queste settimane comincio a sentire che una scelta non vale l'altra, adesso sento il rischio sotto la pelle. e la vita diventa resistenza. diventa una scelta precisa resistere. ed essere. chissà se ce la faccio. e comunque mi si sgretola fra le mani la mia scelta, se al mercato mi battono sulla spalla e mi dicono vai amico, che la tua ragazza ti aspetta. così divento attrice di volontariato. e divento un puzzle che muta a seconda di chi conta i pezzi. e chi sono io in tutto questo. sono di volta in volta. sono quello che scrivo. perchè riesco meglio a scrivere che a parlare. questa strana parola, queer. che sento e tante volte ho sentito, che incontro qui e altrove e nel mio altrove. quando mi sento staccata dal mondo perchè il mondo non ha una fine e io si. io si perchè sento emotivamente tutto. quindi mi siedo su una sedia di legno e guardo scorrere le immagini scegliendo il sogno liquido che preferisco per accorgermi ogni volta, dopo solo un attimo. che preferivo la mia vita. per me queer significa che non ho significati.

non lo so se è davvero così ma significa per me che la mia traduzione sono i miei gesti e le fantasie che non dico ma faccio percepire, attraverso i disegni di parole con cui copro ogni spazio vuoto ogni foglio di carta, che trovo. audre lorde mi ha insegnato a non aver paura di sé, a guardarsi attraverso e dentro e fuori. a proporsi intatte e intatti a chi tenta di scalfire. a proporsi in purezza e in trasparenza finchè morte non ci separi, dal nostro corpo e dallo scopo di viverlo a pieno. mi commuovo quando riconosco una delle mie realtà nelle parole di qualcun altro, quando qualcun altro mi dice che posso essere e così sono. magari perchè sono insicura di me.

la mia identità si è costruita per negazione, tu non sei così, né così, né così, né così. e allora di nuovo cosa sono? chi. oggi ho pensato che sono un fumetto itinerante. che se ogni parte di me fosse una nuvoletta da fumetto potrebbe parlare e cambiare ogni volta e disegnarsi. il mio corpolaboratoriale è un fumetto che nasce dentro di me che si scrive sulla strada, che ogni persona può compilare e cancellare e riscrivere. un fumetto che tenta sempre di più di lasciar andare le emozioni che non sa e far entrare quelle che sa. da piccola mi chiedevo perchè gli alberi si chiamassero alberi. e non mele ad esempio. mi disturbava dover sottostare a delle regole che non avevo contribuito a costruire. su cui non avevo dato la mia opinione di bambina che vuole mordere un tronco e vedere che sa di mela. io sembro questo ma sono altro. sembro altro e sono questo. come imparare la capacità di capire quale sia l'asso giusto da mettere nella manica.

e infine che forma dare al fumetto del mio corpo. quando mi vedo e non mi riconosco. come farlo sorridere senza sentirsi intrappolare. una risposta l'ho data quest'estate quando ho indossato dei boxer per fare il bagno, non dei boxer da uomo, non per fare l'uomo ma per essere me stessa. e fa ridere che per essere se stessa una corpo
che si dice di ragazza abbia scelto una forma che si dice di ragazzo. fa ridere che alla fine quel corpo si sentisse più femminile di prima. e che cominciasse a capire cosa volesse dire femminile per sé. sono lesbica perchè sto con una ragazza o sto con una ragazza perchè sono lesbica. boh.

perchè se le parole sono solo parole e nello stesso tempo sono importanti, perchè non riempirle di noi e provare a trasformarle sempre. il cambiamento che fa paura forse non la farà più se sapremo cambiare insieme e giocare d'anticipo. forse si riuscirà a capire cosa cambia veramente e cosa resta. un albero è sempre un albero anche se un giorno gli do un morso e sa di mela. e queste sono tutte le lettere che ho nel mezzo, almeno per ora.


Vedi anche:

Nicoletta Buonapace, Il lavoro di Audre Lorde

Margherita Giacobino, Missione sopravvivenza

Maria Nadotti, Audre Lorde - The Berlin Years 1984 to 1992

 

25-04-2013

 

 

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