Viaggio in
Pakistan e Afghanistan  4-18 Marzo 2004

di Manuela Farinelli


D
elegazione del Coordinamento Italiano a sostegno di RAWA composta da: Cristina Cattafesta, Manuela Farinelli, Mali Attarzaneh, Francesca Maria Poli, Laura Quagliolo, Graziella Mascheroni, Marzio Marzorati, Edoardo Bai 
 

 

 
foto di Manuela Farinelli

  Due parole in premessa

Iniziare a scrivere la relazione del viaggio in Pakistan e Afghanistan sarà un po’ come percorrere il viaggio nuovamente in tutta la sua intensità e forse per questo, abbiate pazienza se accanto alla cronaca e alle informazioni, il resoconto sarà come dire …. “molto emotivamente connotato”.

Il fatto è che un viaggio come quello che abbiamo vissuto non rimane sulla superficie dei ricordi; le risonanze di ciò che abbiamo visto, sentito e provato, attraversano il cuore ed il pensiero lasciando tracce indelebili che fanno e hanno fatto dell’incontro con l’Afghanistan, con le donne di questo popolo e con le compagne di RAWA un’esperienza culturale, politica, umana ed affettiva unica e assolutamente sconvolgente.

Sottolineo sconvolgente, perché davvero, l’incontro con il coraggio, la competenza, la fierezza, l’umiltà che caratterizzano le donne di RAWA e non solo, sconvolgono completamente il nostro modo di pensare e fare, il nostro modo di giudicare, il nostro modo spesso di non saper ascoltare. Ci si propone infatti un modello di pensiero e di azione dal quale dobbiamo imparare, così limpido nelle sue premesse, così coerente nel percorso per il raggiungimento degli obiettivi, così sofferto per la violenza che ha inflitto durissimi prezzi da pagare.

L’esperienza è stata molto forte e non nascondo che vedere lo stato in cui versa la popolazione afgana, sia in Pakistan che a Kabul, talvolta mi ha spinta a pensare che sarà impossibile che questo popolo possa risollevarsi perché la devastazione su tutti i livelli è davvero di proporzioni enormi.

Poi guardando il lavoro delle nostre amiche, conoscendo il loro spirito, i loro ideali, la spinta che ogni giorno da 25 anni sostiene tutto quello che fanno, non posso non pensare che dove c’è anche solo una fiammella di speranza e progetto, vale la pena di lottare, e lo capisco sempre di più ogni giorno che passa da quando ho incontrato RAWA sulla mia strada.

 PRIMA PARTE: Pakistan tra Islamabad e Rawalpindi

Partiamo la mattina del 4 marzo da Milano in cinque: io, Cristina, Francesca, Mali, Marzio, Edoardo ci raggiungerà con due giorni di ritardo direttamente in Pakistan.
Il viaggio è abbastanza faticoso per via di numerosi scali, in circa VENTI ore si arriva all’aeroporto di Islamabad.

Fa veramente caldo e siamo sfiniti, attendiamo il nostro bagaglio, qualche inconveniente con le valige di Marzio e ci dirigiamo in Guest House.

L’impatto con il Pakistan è da subito molto chiaro… migliaia di persone sono assiepate all’uscita degli arrivi, il 99% uomini, vestiti tutti uguali e che durante il nostro tragitto fino al pulmino ci seguono insistentemente, guardandoci come fossimo marziani. Sicuramente destiamo un po’ di curiosità e vedremo poi durante tutto il viaggio che per la maggior parte del tempo di permanenza, siamo stati gli unici occidentali in circolazione… 

 Con Shoaila alla scuola e alla casa famiglia

La giornata promette bellissimo tempo, in maniche di camicia si sta bene ma siamo al limite della sopportazione del caldo. A metà mattina arriva Shoaila, una giovanissima attivista di RAWA.

Ci abbracciamo, ci baciamo (i saluti sono sempre dei rituali lunghissimi, intensi e commoventi), e da subito Shoaila ci parla del nostro programma: visiteremo una scuola di RAWA a Rawalpindi e poi pranzo e visita in una casa famiglia per bimbi orfani.

Partiamo col nostro pulmino, Rawalpindi mostra un volto più autentico del Pakistan che di certo Islamabad non fa emergere.

La città è povera, caotica, polverosa e rumorosa, ai lati delle strade scorrono le fogne a cielo aperto; baracchini che vendono generi alimentari e un po’ di tutto, stradine molto intricate dove il nostro autista fatica a districarsi.

Parcheggiamo e ci dirigiamo verso un’anonima viuzza sterrata e maleodorante e una insegna bianca e blu su un portoncino molto piccolo annuncia la presenza di una scuola per bambine e bambini afgani.

Entriamo, si accede subito ad un cortile interno sui cui lati si distribuiscono le aule della scuola.

Siamo accolti da Latifa, una donna sulla quarantina che è la preside della scuola, una donna dagli occhi profondi  e  sguardo autorevole, un misto di dolce e forte, veramente speciale.

Latifa ci fa accomodare nel suo studio, lì incontriamo il vicepreside e altre maestre e facciamo un  momento di saluti reciproci e di presentazioni.

La scuola accoglie studenti dalla prima classe (sei anni) alla  quindicesima, frequentano questa scuola 200 alunni che vengono a scuola in due turni diversi mattina e pomeriggio.

Ovunque nell’ufficio e sui muri esterni sono appesi cartelloni didattici: cartine geografiche, teoremi geometrici e matematici, tabelle di grammatica, disegni e cartelloni sulla natura, posters di RAWA e il famoso ritratto di Meena che vedremo sempre, in ogni progetto gestito da loro.

Iniziamo il giro nelle classi che sono miste, i ragazzi/e e i bambini/e  si alzano in piedi, si respira una disciplina molto ferma, poi su cenno della preside tutti si siedono (...) siamo sollecitate dai ragazzi e dalle ragazze stesse a riflettere insieme a loro sulla visione che abbiamo come occidentali dell’Afghanistan, della sua storia, degli sviluppi degli ultimi anni, del futuro… ci lasciano a bocca aperta la pertinenza e la serietà dei dibattiti che emergono.

Tutti gli alunni parlano correttamente inglese e, siamo profondamente colpiti dalla coscienza che hanno rispetto a tematiche molto complesse e rispetto il loro status di rifugiati e di oppressi.

Ascoltiamo e catturiamo i loro sogni… chi vuol fare il medico, chi il chimico, chi studiare economia, chi legge, chi vuol diventare un business-man… i sogni di tutti i ragazzi solo che per questi di ragazzi la strada per realizzarli sarà veramente dura.

Tutti vorrebbero viaggiare ma poi ritornare in Afghanistan, la loro patria; Watan è una parola che sentiremo spesso, anche nelle frasi e nei canti dei bambini più piccoli

All’intervallo usciamo e ci uniamo al gioco dei bambini in pausa, diventiamo l’attrazione del cortile, scherziamo, ci scambiamo indirizzi mail, e poi regaliamo Polaroid in quantità industriali, questo è in assoluto il momento più apprezzato e la foto diventa irrinunciabile per tutti.

Terminiamo e ci salutiamo con le insegnanti e Latifa con il solito bellissimo rituale lungo e sentito per dirigerci alla casa famiglia.

Arriviamo in un’altra viuzza  ed entriamo in una casa abbastanza grande, ci accolgono diversi adulti che ci invitano a salire ad un piano superiore, al pian terreno si sentono le risa e le voci dei bambini.

Entriamo nel salone tipicamente afgano e seduti in terra ci presentiamo, sono con noi la mamma ed il papà della casa e una donna di RAWA che coordina una serie di case famiglia.

La mamma e il papà sono una coppia con figli propri che da diversi anni si occupa della gestione e dell’accudimento dei 40 bambini ospitati nella casa.

I problemi sono tanti e il responsabile si commuove con noi quando parla delle difficoltà economiche che lo preoccupano perché spesso non è sicuro di riuscire a garantire tutti i pasti della giornata. I bambini accolti provengono da situazioni molto problematiche, il più delle volte orfani di madre e padre, vivono in situazioni limite, in estrema povertà e provengono inoltre anche da aree sperdute e remote dell’Afghanistan.

Quando arrivano in casa spesso hanno gravi problemi di salute ma soprattutto molti problemi comportamentali, a causa dei traumi che hanno vissuto, non è semplice, dice, gestire questo carico, i bambini hanno un grandissimo bisogno di vicinanza e calore affettivo e spesso a loro sembra di non fare abbastanza.

Naturalmente anche noi siamo col nodo in gola, molto toccate da questa sensibilità così giocata liberamente, anche nel pianto, come fossimo in perfetta confidenza e ci conoscessimo da sempre. (...) Insieme raccontiamo barzellette, storielle, ascoltiamo canti e per finire i bambini del Nuristan si esibiscono in acrobazie di gruppo e canti con tamburi. Anche noi insegniamo loro una canzone con parole inventate e gesti che subito imparano e per questo pomeriggio passiamo con loro dei momenti spensierati.

Gli sguardi dei bambini, sono di quelli che ti attraversano, sono di quelli che hanno tutto un mondo dentro, credo che ognuno di noi abbia incrociato occhi che non si dimenticherà più.

Incontro con Zoya e Sharara, ospedale Malalai

Il nostro programma continua, l’indomani vengono a trovarci Zoya e Sharara, l’incontro è molto atteso e con loro parliamo a lungo della situazione, di quelle che sono in questo momento le loro principali attività.

Sharara aspetta un bimbo ed è al sesto mese di gravidanza, molto serena e pacata ci chiede come stiamo, vuole conoscere anche noi che per la prima volta la incontriamo, Zoya la troviamo un po’ meglio di quest’autunno in Italia ma tutti poi ci diremo che abbiamo avuto la sensazione che non fosse molto serena, ha una luce triste negli occhi che  ci preoccupa.

Ci raccontano che, accanto al lavoro ormai consolidato e sempre necessario in Pakistan,  la situazione sta cambiando per il rientro de profughi in Pakistan, quindi sono molto concentrate sulle attività di supporto in Afghanistan.

Ci illustrano con la solita loro chiarezza e lucidità la situazione politica e le notizie come già sapevamo, non sono molto confortanti.

L’Afghanistan non è assolutamente libero dal terrore, i signori della guerra sono al potere con le “pance” ben riempite dagli Stati uniti, la situazione per le donne è assolutamente ancora tragica e nelle province più lontane è all’ordine del giorno la repressione e la sistematica violazione dei diritti umani da parte degli uomini e delle milizie al soldo dei governanti provinciali.

Le RAWA ovviamente non godono di una condizione di sicurezza e questo le ha portate a scegliere di non scendere in campo per le prossime elezioni, rischierebbero troppo.

L’indomani ci rechiamo all’ospedale Malalai. L’ospedale sorge in un quartiere molto caotico e povero l’insegna reca la scritta un po’ logora e scrostata: “Malalai hospital for Afghan women and children”. Entriamo dalla scaletta buia e stretta e si apre davanti a noi un salone con panche di metallo, pieno di donne e bambini.

C’è abbastanza caos e si sentono pianti di bambini quasi in continuazione, siamo accolti da Sharara che dirige l’ospedale e da Mariam che troviamo in ottima forma.

Ci lasciano molto tempo per girare tra le persone, fare foto e noi ci perdiamo a fare sorrisi, riprese, a sostare per guardare bambini bellissimi ma anche per incrociare sguardi sofferenti di madri che talvolta sorridono illuminandosi, talvolta non rispondono ai nostri cenni e si coprono il volto con il burqa, qui tutte le donne eccetto le nomadi portano il burqa.


Sharara ci presenta le infermiere, le ostetriche ed i medici ed insieme a loro visitiamo anche gli altri due piani. Il personale complessivo è di 30 persone per una media di 150 visite al giorno, l’ospedale ha pochi posti letto ma lavora moltissimo a livello ambulatoriale.

La struttura è decisamente modesta, a tratti decadente ma conserva una pulizia ed una dignità che ci colpiscono molto.

Le persone vivono per la maggioranza dei casi in assoluta povertà e i bambini sono ammalati pressoché di tutto: infezioni intestinali, delle vie respiratorie, malattie della pelle, denutrizione, malnutrizione, leshmaniosi. (…)

A casa di Omar, vicepresidente di HAWCA

La sera andiamo da Omar di Hawca, ci ha invitati a casa sua per una cena. Il pulmino arriva a Rawalpindi dove incontriamo Omar sulla strada principale che ci aspetta, lo carichiamo e l’autista segue le sue indicazioni.

Ci inoltriamo in un labirinto di vicoli maleodoranti e strettissimi dove il pulmino rischia di incastrarsi o finire nel canale fognario ogni 2 metri; da soli in un posto così sarebbe impossibile entrare ma ancor più uscire!

Arriviamo alla casa di Omar, tre stanze molto pulite e spaziose ad un piano rialzato, le donne in cucina ci stanno preparando la cena, noi ci accomodiamo con lui nel salone principale seduti su un tappeto stupendo e sia prima che durante la cena parliamo molto con lui.

Omar è molto preciso e competente, il suo impegno per HAWCA gli occupa moltissimo tempo, per il resto sta facendo l’università, la sua testimonianza mi colpisce molto. Un ragazzo di 25 anni che avrebbe la possibilità di ricongiungersi ai genitori negli USA e vivere una vita tranquilla studiando e vivendo un’esistenza più serena e invece resta in prima linea per lottare affinché il suo paese trovi pace e giustizia.

Impegnato politicamente e socialmente mi colpisce il livello della sua formazione e la sua pacatezza, credo sia un eroe come migliaia di afghani che nel silenzio della vita quotidiana preparano il terreno e le coscienze per una rivoluzione culturale che speriamo con lui un giorno gli afghani potranno sostenere.

Speriamo un giorno di ospitarlo in Italia! Al termine della cena vengono a salutarci gli altri abitanti della casa: la zia di Omar, le sue due bambine e il figlio. Sono molto belli e hanno sguardi tristi, un po’ come Omar, la zia ci racconta che il marito è in Danimarca e non lo vede da quattro anni, per questo soffre molto, ci dice che non pensa di tornare in patria, credo abbia sofferto e soffra molto.
 

 

 SECONDA PARTE: Pakistan a Peshawar


Peshawar si presenta inquinatissima, con un traffico infernale, c’è nettamente una presenza significativa di donne afghane in quanto vedi circolare burqua ovunque.

Per il resto, solo uomini in giro, ancora più integralisti, barbutissimi, rosari sempre in mano, e sguardi non sempre amichevoli, d’altra parte a Peshawar si sono sfornate milizie talebane  in numeri infiniti, qualche cosa di strano nell’aria si respira.

Il guardiano del nostro albergo alla vista di noi donne si gira nettamente dall’altra parte coprendosi mezza faccia con la mano… (...)

Il campo profughi Jalozai

Percorriamo una strada che ci conduce fuori dalla città, subito attraversiamo delle campagne e ad un certo punto incomincia una strada sterrata e dissestata, intorno a noi si apre a perdita d’occhio una distesa infinita di terra scavata a più livelli di colore ocra, tutto piatto e lunare, senza sfumature di colori.

Di tanto in tanto si scorgono alte ciminiere da cui esce continuamente un fumo nero, sono fabbriche di mattoni, lì ci lavorano gli afghani del campo profughi, ogni 1000 mattoni 2 dollari di paga, è un inferno, vediamo anche dei bambini lavorare e ogni tanto qualche uomo emerge dalla fornace sotterranea completamente annerito dalla fuliggine.

Le condizioni di lavoro sono impensabili, chi ci vede passare ci chiama e ci saluta con grandi sorrisi, alcuni si mettono in posa per farsi fotografare.

Arriviamo all’ingresso del campo gestito da Rawa, si tratta di un area dell’intero campo, (che è enorme) che, essendo gestita da un mullah piuttosto ragionevole è diventata un luogo privilegiato per l’intervento di Rawa.

L’impatto non è negativo, pur nella povertà, il campo assomiglia ad un piccolo villaggio: alberi, una grande “piazza” centrale, acqua corrente, corrente elettrica, casette ordinate e con Mary visitiamo la scuola, il corso computer, l’ambulatorio medico, il centro polifunzionale ricreativo e una casa comunitaria per ragazze senza genitori.

Il tutto conserva un’atmosfera armonica, ci colpisce come tutto quello che toccano e gestiscono le donne di Rawa si distingue per una dignità eccezionale, il campo è autosufficiente e ben gestito, sappiamo che è una specie di “isola felice” all’interno di quella vastissima e fatiscente area occupata dal Jalozai camp.

I bambini ci seguono, ridono giocano, attirano la nostra attenzione, sono vivacissimi e fanno un sacco di cose per mettersi in mostra.

Il livello di cura qui non è come nelle case famiglia, i bimbi sono veramente vestiti poveramente e non tutti sembrano godere di ottima salute, qualche bella leshmaniosi in corso la vediamo nelle pustole che deformano qualche visino, per il resto, nonostante la precarietà della condizione, i bambini sono sempre incredibili. (...)

10 marzo con RAWA

Finalmente il grande giorno della convention di RAWA è arrivato, passiamo la mattina per le vie dei bazar di Peshawar e acquistiamo abiti tradizionali per indossarli al pomeriggio in segno di sorellanza con le nostre amiche.

Alle 15.00 arriviamo alla sala pubblica affittata per l’occasione. C’è già una gran quantità di persone, Mariam ci dice che hanno la sicurezza che siano intervenute tra novecento e mille persone.

Incontriamo chi abbiamo conosciuto in questi giorni, tutti vogliono salutarci: insegnanti, ragazzi delle scuole, bambini delle case famiglia con i loro genitori adottivi, donne incontrate nelle case di RAWA... è tutto molto emozionante. (...)

Le relazioni illustrano con chiarezza estrema la situazione afghana, viene denunciata con forza l’enorme ingiustizia che il paese sta vivendo ancora una volta nelle mani dell’ennesimo soggetto militare, quello dei cosiddetti liberatori, la popolazione ancora una volta subisce la non libertà di non decidere nulla della propria vita.

Naturalmente si fa riferimento in modo particolare alla condizione femminile, la donna vive nell’oppressione e nella violazione totale dei suoi diritti, fuori Kabul, nelle aree in mano ai signori della guerra, esistono legislazioni parallele che non si riconoscono in un ordinamento statale e quindi non esiste alcun controllo su nulla.

Nella provincia di Khandahar si sono registrate negli ultimi mesi una sessantina di autoimmolazioni da parte di ragazze che si sono date fuoco vive per liberarsi per sempre dall’oppressione facendo un gesto di grandissima denuncia.

Inoltre con frequenza fanno riferimento a Malalai Joia eletta da RAWA portavoce ufficiale di un messaggio di denuncia vera, di democrazia e libertà.

Malalai Joia ha osato pubblicamente sfidare i signori della guerra chiamandoli criminali durante una seduta pubblica della Loya Jirga, questo naturalmente ha sollevato un vespaio di reazioni da parte dei chiamati in causa, che l’hanno aggredita verbalmente minacciandola e imponendole il silenzio in quanto donna, senza il diritto di parlare. Il pubblico in sala al nome di Malalai Joia esplode sempre in un enorme applauso, (...)
 

 PARTE TERZA: AFGHANISTAN

 Dal Pakistan a Kabul via terra

Il giorno 11 marzo ci rechiamo in aeroporto avendo già la sensazione che non sarà facile prendere il volo per Kabul, in quanto alla PIA non abbiamo confermato le nostre prenotazioni. L’aeroporto si presenta un inferno: migliaia di Ugiuri, una popolazione cinese di religione mussulmana, occupano ogni centimetro disponibile e si accalcano agli sportelli del check-in: sono di ritorno dal pellegrinaggio alla Mecca.

Intanto ci confermano che non sarà possibile partire per Kabul. Ritorniamo in guest house e dopo un consulto fra noi, decidiamo di chiamare la nostra agenzia di trasporto e chiedere un parere sulla possibilità di recarci a Kabul via terra. (...) 

Ci svegliamo presto e partiamo con il nostro autista, raggiungiamo la guida autorizzata che si occuperà del nostro passaggio tra le aree tribali del Kyber pass fino alla frontiera. Espletiamo alcune pratiche burocratiche, passiamo a prendere una guardia armata (obbligatoria) e si parte.

Subito fuori Peshawar, la strada percorre un paesaggio molto particolare, tutto è pietroso e polveroso, ai lati delle strade mercati infiniti, solo uomini in giro e armi, tante armi, kalashnikov ovunque e in mano a tutti, mi corre qualche brivido per la schiena.

Ci inoltriamo nelle strette vallate che costeggiano montagne spettacolari, si incontrano costruzioni fortificate che sono i villaggi tribali, circondati da mura altissime e, all’interno dei quali è vietato entrare; qui lo stato pakistano non è altro che un’ idea lontana, tanto meno esiste il concetto di autorità nazionale. Tutto è controllato dai capi dei clan tribali, soprattutto Waziri e l’area vive sul commercio di oppio, hashish e armi che qui circolano a tonnellate.

Non avvertiamo alcun problema per la nostra sicurezza ma non è un posto rilassante, probabilmente uno dei 5 punti più caldi nel mondo e noi lo attraversiamo col nostro pulmino!!! L’esperienza è indimenticabile, entriamo davvero nel cuore un po’ più profondo di questo paese così difficile ma anche così affascinante, non vediamo l’ora di arrivare alla frontiera…

Dopo circa tre ore di strada sterrata e tutta a curve, ci siamo alzati di quota, c’è un sole che si staglia fortissimo in un cielo azzurro veramente terso, soffia anche il vento. Arriviamo al confine, la dogana è un ufficio senza computer e mezzi informatici, tutto è manuale, i funzionari ci registrano e con l’aiuto della guida afghana che ci stava aspettando ci mettiamo davvero poco tempo.

Mi sento veramente strana, ho un misto di commozione e rilassamento è come se finalmente mi sentissi  arrivata, arrivata ormai dove per anni ho sognato di arrivare e ora, lì a non più di cinquanta metri svetta la bandiera afghana, si apre la porta di un sogno che mi accompagna da tanto tempo.

Siamo tutti un po’ emozionati, salutiamo l’autista che inaspettatamente si lascia andare in un abbraccio commosso con me e Francesca rompendo decisamente ogni sorta di fedeltà alle regole, un mussulmano che in un’area fondamentalista come questa si lascia andare ad un gesto così è davvero incredibile. Toccare una donna in pubblico è praticamente vietato e condannato come gesto gravissimo, noi “faccini bianchi” da occidentali, eravamo li a darci pacche di incoraggiamento sulle spalle con il nostro Sheeda!

Ci dirigiamo a piedi in Afghanistan, siamo in mezzo ad una moltitudine di gente che a flusso ininterrotto va e viene, tutte le donne portano il burqa, molti colori, molti sguardi… molte emozioni.

La dogana afghana è ancora più povera ed essenziale, in uno stanzino dal pavimento appena cementato, il funzionario di confine ci registra su fogli di carta “volanti” riportando solo il nostro nome e numero di passaporto… neanche il cognome!!!

Poi si riparte. La strada è decisamente dissestata ma conserva dei tratti asfaltati, intorno a noi il paesaggio è pianeggiante e leggermente collinare, si intravedono alte cime innevate sullo sfondo. C’è pochissima vegetazione, i colori dominanti sono il grigio e l’ocra, tutto ha un aspetto desertico.

Vediamo abbastanza di frequente le tende dei Cuchi, una popolazione nomade che si sposta in carovane a dorso di dromedario; per il resto è molto difficile distinguere sagome di villaggi, a volte incontriamo piccoli agglomerati di casette di fango.

Durante il tragitto il paesaggio cambia, la strada incontra il percorso del fiume Kabul, per molti chilometri distinguiamo vallate più fertili e coltivate. Dai bordi della strada è facilmente riconoscibile la coltivazione di riso e gli immensi campi di papavero da oppio. Distese di fiori bianchi e rosa, assolutamente alla luce del sole, questo è un segnale chiaro di come sono amministrati i territori.

Per il resto inizia un susseguirsi di deserti pietrosi che ci accompagnano per molti chilometri. Riconosciamo territori contrassegnati da pietre colorate di bianco ad indicare terreni bonificati dalle mine e aree contrassegnate di rosso, ossia con presenza di mine e non ancora bonificati.

Passiamo per Jalalabad, una delle più importanti città afghane, praticamente un insieme quasi casuale di strade caotiche e dissestate su cui si svolge tutta la vita della città. Gruppi di uomini che bivaccano nei baracchini dei bazar e vediamo le prime donne, tutte rigorosamente velate dal burqa, tutte!

Da Jalalabad a Kabul non troveremo più un centimetro d’asfalto.

Ad un certo punto il paesaggio si fa meno luminoso, entriamo in una gola stretta tra montagne rocciose e grigie, la strada si arrampica veramente in un modo impensabile sul fianco di queste altissime cime, è il passo prima di arrivare sull’altopiano di Kabul. Percorriamo un’ora di strada col cuore in gola, i nostri autisti guidano come acrobati e sotto di noi centinaia di metri di strapiombo senza un minimo di protezione, il tutto facendo lo slalom tra decine e decine di camion pakistani. (...)

Primo giorno a Kabul:  visita ai progetti di HAWCA con Orzala

A Kabul c’è molto traffico, un caos incredibile e auto che sfrecciano a due millimetri dal nostro pulmino. Ogni strada di Kabul è costeggiata da un canale fognario a cielo aperto e talvolta qualche uomo o come abbiamo visto qualche bambino, provvede a svuotare il canale dal suo contenuto che viene depositato sui marciapiedi e da lì non si sa bene quando verrà rimosso.

La città è veramente devastata, di una povertà indescrivibile e i segni della guerra e della distruzione sono ovunque, davvero ovunque. Edifici nel centro della città con i tetti sfondati, macerie e distruzioni praticamente ad ogni angolo, sporcizia e disordine sono la cornice in cui oggi vivono circa 2,5 milioni di persone.

Le uniche strade asfaltate sono nel centro della città, per il resto si cammina lungo viottoli sterrati e polverosi sui cui lati si ammassa qualsiasi cosa. Capita di vedere edifici distrutti parzialmente, ad esempio con tutti i piani superiori crollati, e che a terra sono stati ripuliti e occupati da botteghe di ogni tipo.

Kabul si sviluppa su un’ area pianeggiante che è su tutti i lati circondata da colline terrose dove si arrampica la città vecchia. Un tempo doveva essere spettacolare, un agglomerato fittissimo di casette di fango e paglia nell’originale stile afgano, oggi queste zone sono desolanti, le stradine sono invase dai rifiuti e le casette sono fatiscenti e semidistrutte. I viottoli sono quasi impraticabili anche a bordo di un fuoristrada.

Dal punto di vista delle infrastrutture, a Kabul manca tutto, c’è corrente elettrica solo tre ore al giorno, l’acqua corrente e potabile non si sa nemmeno cosa sia, uffici, scuole, ospedali e altri tipi di strutture statali sono ospitati in quei pochissimi edifici risparmiati dalle bombe, ma tutto è decadente e fatiscente.

Mi chiedo cosa stiano facendo su questo versante le forze armate presenti lì da tre anni, non c’è una strada ricostruita, compresa quella che abbiamo percorso dal Pakistan, in Kabul non c’è un edificio nuovo, non ci sono impianti in costruzione, nuovi ospedali…

Le nostre amiche di RAWA ci hanno spiegato che i soldi che circolano sono ovviamente in mani sbagliate e, infatti a pensarci bene un po’ di ricostruzione si è vista: ville, palazzi, ristoranti, rivestimenti di marmo… si sa che i signori della guerra devono stare comodi!!!

Ci accompagna Orzala, presidente della ONG HAWCA. Orzala è una giovane donna attiva da sempre sul fronte della tutela dei diritti delle donne in Afghanistan. Arriviamo al centro di Hawca, una piccola scuola che offre corsi di informatica a molti studenti e studentesse nel quartiere Khair khana.

Il centro è ben organizzato, accoglie moltissimi ragazzi e ragazze che seguono un corso trimestrale con incontri quotidiani di un’ora. Per la partecipazione è previsto il versamento di una quota simbolica che, ci spiega Orzala, stimola maggiormente nella costanza e nella partecipazione.

In passato infatti i loro corsi erano offerti gratuitamente ma c’era poca costanza nei partecipanti, per questo hanno inserito la modalità d’iscrizione a pagamento. La giornata con Orzala prosegue con la visita ad una scuola di sartoria per donne e ragazze e ad un piccolo centro di alfabetizzazione per donne e bambine nel  villaggio Sar Asiab alla periferia di Kabul.

Il clima di lavoro all’interno dei progetti di Hawca è simile a quello che abbiamo riscontrato nelle strutture di RAWA, Orzala ci spiega che essere una ONG riconosciuta aiuta ad operare in maggiore tranquillità e alla luce del sole. Tuttavia, faticano anche loro, ogni volta che aprono un nuovo centro o un nuovo progetto a farsi accettare dalla gente del luogo e a creare un clima di fiducia e partecipazione.

Il contesto è ancora permeato di paure e incertezze, soprattutto per le donne che faticano moltissimo ad accedere con libertà alle proposte di ONG o movimenti che promuovono progetti per l’emancipazione femminile. (...)

Incontro con Thameena e Mahmooda

Iniziamo la mattinata incontrando due giovani attiviste di RAWA, Thameena e Mahmooda. Organizziamo una piccola riunione per comprendere con il loro aiuto alcune questioni che vorremmo approfondire circa la situazione politica del paese in vista delle prossime elezioni.

Ci spiegano che si sta faticosamente creando un tessuto di relazioni tra gruppi e forze democratiche. In particolare ci parlano di una sorta di forum che viene definito “umbrella”, nel quale stanno convergendo molte delle forze politiche democratiche e dei movimenti popolari presenti nel paese.L’umbrella ha sicuramente a loro avviso un importante significato simbolico in quanto è il primo tentativo dopo anni di repressione in cui le forze democratiche trovano un luogo  per esprimere e socializzare il proprio pensiero.

I temi in attenzione sono quelli su cui questi gruppi seppur con modalità differenti mantengono viva l’attenzione da anni, le questioni legate al tema dei diritti umani e delle donne  in particolare, la contestazione all’islamizzazione dello stato, la denuncia della precarietà sulla situazione politica e sociale .

Lo scopo del lavoro è quello di aprire una interlocutorietà con le forze governative e vedere sancite alcune questioni fondamentali irrinunciabili. RAWA appoggia e riconosce il valore della costituzione di questo organismo, anche se la voce e l’incidenza che può avere sono oggi molto limitate.

Desideriamo inoltre confrontarci sul testo della nuova costituzione, perché, dopo una riflessione come Coordinamento italiano, ci appare ancora un testo contraddittorio che non va nella direzione auspicata della laicizzazione dello stato e della divisione dei poteri.

Le RAWA ci confermano che il testo è uno strumento elaborato “ad hoc” per mantenere tranquilla la comunità internazionale da un lato e garantire il potere ai signori della guerra dall’altro. Ogni articolo analizzato infatti declina la propria argomentazione a tratti innovativa terminando con il riferimento esplicito all’autorità suprema della Sharìa che in buona sostanza ha sempre l’ultima parola. Questo significa ancora oggi la continuazione di un ordinamento giuridico fondato sulla legge religiosa, senza che si separino i poteri dello stato dalla religione.

Ci informano del fatto che le elezioni previste per giugno probabilmente slitteranno a causa di una bassissima registrazione dell’elettorato. Si calcola oggi che solo il 5% della popolazione sia stato censito. (...) 

 

 

A CENA CON IL MINISTRO PER GLI AFFARI FEMMINILI HABIBA SORABI

Intervista tratta dalla relazione di Marzio Marzorati

Alla sera siamo ospiti della Ministra degli Affari Femminili Signora Habiba Sorabi.

Chi di noi aveva conosciuto Habiba ha provato una grande emozione nel rivederla nella veste di Ministra. Nel 2000 è stata ospite in incontri pubblici a Como e in 17 città italiane per esporre la situazione della donna in Afghanistan. L´incontro è molto cordiale e ci sono reciproci scambi di doni. Approfittiamo dell’ occasione per rivolgere alcune domande.

- Come ti trovi e ti muovi all’ interno del governo e chi ti appoggia ?

- Conosco molto bene il paese anche nelle zone più remote, devo muovermi con prudenza senza portare i modelli occidentali e il risultato più importante che ho ottenuto e´ quello di aver portato nella nuova costituzione i diritti delle donne e di aver creato in 29 delle 31 province un ufficio dedicato ai diritti delle donne e al lavoro sul territorio. Nel governo sono appoggiata dai ministri democratici e con l´aiuto delle pressioni internazionali sui diritti delle donne non sono contrastata dagli altri ministri.

- Come pensi di attivare i progetti nelle zone più remote del paese ?

- Gli uffici decentrati aperti nelle province fanno da tramite con il Ministero centrale di Kabul. Ogni ufficio si occupa dell’ attivazione di scuole, ambulatori e assistenza legale alle donne. Il progetto continua ed e´ finanziato anche da associazioni estere. L´approccio deve essere molto graduale, non e´ pensabile di utilizzare modelli di intervento occidentale che provocherebbero resistenza e diffidenza.

- Cosa ci dici della situazione relativa alla sicurezza ?

- E´ ancora grave soprattutto al Nord dove sono ancora diffusi matrimoni forzati, violazione dei diritti umani, casi di violenza gratuita e particolarmente cruenti. Abbiamo inviato varie commissioni di verifica e osservatori per registrare la situazione e valutare gli interventi più opportuni per mettere fine a tali violenze. Purtroppo non abbiamo alcuna notizia relativa al sud del paese, ancora sotto il controllo dei signori della guerra, che si spartiscono territorio e potere. Nella provincia di Heart si registra la percentuale di suicidi e autoimmolazioni di donne, le ragazze subiscono ingiustizie di ogni tipo, non hanno accesso all'istruzione e subiscono visite ginecologiche forzate per stabilire la loro verginità.

- Pensi sia ancora utile la presenza di forze armate internazionali ?

- Certamente sì perché la situazione oggi non garantisce ancora la sicurezza per la popolazione afgana. La presenza delle forze militari, in particolare dell’ ISAF (International Security Army Force), è un deterrente agli scontri armati tra le diverse fazioni dei signori della guerra che detengono ancora molte armi e controllo del territorio.

Durante la conversazione abbiamo avuto conferma della sua candidatura alle elezioni che dovrebbero tenersi nel giugno di quest’anno. Nonostante la fatica e il peso del suo lavoro, ha preso questa decisione confortata da tutti i sostenitori afgani e stranieri oltre che da alcuni membri dell’ attuale governo.  

Conclusioni

Ormai siamo alla fine del viaggio e riprendiamo in mattinata il volo che da Kabul ci riporterà ad Islamabad. Circa 45 minuti in volo sulla strada che pochi giorni prima avevamo percorso in  nove ore. Tutto il viaggio di ritorno sarà scandito da commenti, ricordi, momenti di silenzio e riflessione. Sicuramente quello che mi  sono portata a casa è un bagaglio enorme di emozioni e ricordi, difficile da rielaborare ed esprimere in tutta la sua ricchezza e complessità. (...)

Non potremo mai ringraziare a sufficienza le amiche di RAWA e HAWCA per quello che fanno, per come lo fanno e per l’insegnamento che ispira il nostro impegno come donne che si riconoscono nel loro progetto politico di società più giusta ed in PACE.


Le foto, tranne la prima, sono di Evelina Colavita

Per approfondire:

Il nostro sguardo sull'Afghanistan di Maddalena Gasparini

Le afghane e la nostra impotenza di Lidia Campagnano

Afghanistan, conclusione di un progetto
di Annamaria Medri

Viaggio a Kabul  di Evelina Colavita

Viaggio in Afghanistan: 11 agosto - 4 settembre 2002 di Evelina Colavita