Donne di scienza dall' antichità ai giorni nostri

di Sara Sesti



 

Le donne e la scienza hanno proceduto nel passato su cammini distanti di cui per lungo tempo la storia ha ritardato l'incontro. Due dati sono sufficienti a dar conto di questa difficoltà: le scienziate insignite del premio Nobel sono solo venti e il numero di donne cui vengono affidati ruoli di rilievo nella ricerca e nelle istituzioni è ancora molto esiguo, malgrado da anni gli istituti scientifici delle università siano frequentati soprattutto da ragazze nonostante la popolazione femminile con titolo di studio superiore abbia toccato nel nostro secolo percentuali sempre più alte.

Il 2009 è stato un anno record per la storia del Premio Nobel, istituito nel 1901. Non era mai successo prima che nello stesso anno cinque donne ricevessero il prestigioso premio: quattro per le scienze e uno per la letteratura. Le ricercatrici Elizabeth Blackburn e Carol Greider, sono state premiate insieme per la medicina e Ada Yonath per la chimica. Un record che si aggiunge ad un'altra novità: per la prima volta da quando è nato il Nobel per l'economia, il riconoscimento è stato assegnato ad una donna, la statunitense Elinor Ostrom.

Come spiegare i motivi della scarsa presenza femminile nella storia della scienza, le defezioni che si verificano alla fine della carriera scolastica o gli steccati nelle discipline “eccellenti”? Per rispondere a queste domande mi rifarò agli esiti di una indagine del Centro Eleusi – Pristem dell'Università Bocconi di Milano avviata nel 1997, che io stessa ho coordinato e che ha già prodotto due momenti di sintesi: la mostra itinerante Scienziate d'Occidente. Due secoli di storia sulla presenza delle donne nelle cosiddette “discipline dure” a partire dalla seconda metà dell'Ottocento e il libro “Scienziate nel tempo" che, nelle sue successive edizioni, ha ampliato la ricerca.

Obiettivi della ricerca

Un biettivo della ricerca è stato quello di dare visibilità alle scienziate, di mostrarne i visi e l'aspetto fisico per strapparle dall'anonimato. Sono state privilegiate studiose le cui opere e scelte di vita sono sembrate particolarmente indicative di un modo di stare nella scienza - da Teano di Crotone, moglie di Pitagora, matematica e filosofa del VI secolo a.C., fino a Vandana Shiva, fisica indiana che ha fondato un movimento contro le manipolazioni genetiche - o che sono state significative per la storia delle donne più in generale come la fisica serba Mileva Maric, che visse una vita difficile all'ombra del marito Albert Einstein o l'avventurosa Maria Sibylla Merian, pittrice ed entomologa tedesca vissuta nel Seicento, che all'età di 52 anni, lasciato un noioso marito, partì per la Guiana Olandese con le figlie per completare le sue ricerche sulle metamorfosi degli insetti.

Alcuni risultati

Sono soprattutto le vicende delle scienziate vissute fino all'Ottocento, quando alle donne era negata un'istruzione adeguata, quelle che rivelano alcune costanti rispetto al ruolo che la società ha avuto nei loro confronti. Nelle biografie delle donne che si sono affermate si nota la presenza di una figura maschile molto importante, un marito, un tutore, un padre o un fratello accanto ad una fanciulla particolarmente dotata. Le coppie più famose sono quelle formate dalla matematica Ipazia e dal padre Teone, dall'astronoma Caroline Herchel e dal fratello William o dai coniugi Lavoisier, fondatori della chimica moderna.

Un'altra costante è l'attenzione molto viva per le poche donne che si imponevano in virtù delle proprie capacità e quella altrettanto sollecita ad impedire che il fenomeno si estendesse, escludendole per esempio dalle università e dalle accademie. La matematica Maria Gaetana Agnesi, bambina prodigio vissuta nel Settecento, dall'età di 9 anni veniva esibita dal padre nella casa milanese, alla presenza di intellettuali locali o di passaggio e si confrontava con loro su temi filosofici e matematici, rispondendo a ciascuno nella sua lingua - ne parlava sei – ma doveva studiare con istitutori privati.

Si osserva infine la caduta a picco della memoria storica riguardo alle donne di scienza e al loro operato, un fenomeno favorito dal fatto che quasi sempre, per essere prese in considerazione, dovevano pubblicare col nome dei mariti o con uno pseudonimo maschile e perciò, spesso le loro opere venivano attribuite ai maestri. Sophie Germain nell'Ottocento si firmava " Monsieur Le Blanc" per poter comunicare con la comunità dei matematici. Paradossale è la vicenda di Trotula de Ruggiero, medico medievale della rinomata Scuola delle Mulieres Salernitanae. Nonostante firmasse le sue opere col proprio nome, nelle trascrizioni successive questo diventò "Trottus" forse perchè qualche zelante copista ritenne impossibile che una donna avesse delle competenze in campo medico.

L'apertura delle università

E' stata l'apertura delle università alle donne, avvenuta per la prima volta nel 1867 all'Ecole Politecnique di Zurigo e in seguito negli atenei degli altri Paesi europei, a segnare una svolta, indicando il momento in cui il contributo femminile alla ricerca scientifica ha potuto estendersi in tutte le direzioni. Prima di allora solo le Università italiane avevano insignito di un titolo accademico, ma in via eccezionale, alcune donne ritenute speciali come la nobile veneziana Elena Cornaro Piscopia che fu la prima al mondo ad ottenere una laurea, attribuitale dall'Università di Padova, in filosofia, nel 1678.

Caratteristiche comuni alle donne di scienza

Dalle storie delle scienziate non emergono invece costanti importanti riguardo alle loro capacità personali o al loro modo di essere. Non si ritrova uno stereotipo di scienziata, tantomeno quello tramandato dalla letteratura romantica di una donna poco femminile, troppo di testa e quindi poco di cuore, a volte stravagante e magari un po' ridicola. Le caratteristiche comuni mi sembrano di altra natura: da sempre le donne si sono riservate il campo della divulgazione (vera maestra è Margherita Hack) e più recentemente tale vocazione si esprime affiancando all'attività di ricerca quella didattica.

Altre costanti sono state la pazienza e la tenacia nel condurre a termine ricerche che, soprattutto prima dell'invenzione del calcolatore, richiedevano lunghissimi tempi in calcoli precisi e laboriosi, oppure in tecniche estenuanti e faticose, come ad esempio i lavori delle équipes di solo donne che infaticabilmente e per decenni hanno lavorato ai due più importanti cataloghi stellari dell'Ottocento: il catalogo fotografico La Carte du Ciel e quello Fotometrico di Harvard.

Un'altra costante ancora è stata la straordinaria sapienza nell'operatività pratica, che spesso si è tradotta nella vera e propria invenzione e costruzione di nuovi strumenti dal bagnomaria di Maria l'Ebrea la più importante alchimista dell'antichità, fino alle apparecchiature accurate della fisica nucleare Chien-Shiung Wu, una delle ottantatre scienziate che hanno partecipato negli anni Quaranta al Progetto Manhattan, il Programma segreto di Enrico Fermi per la costruzione della bomba atomica.

Le "grandi" della scienza

Le prerogative citate sopra: pazienza, tenacia, operatività pratica, hanno una valenza ambigua e sembrano riduttive in quanto richiamano qualità domestiche da sempre attribuite al femminile. Però fanno risaltare, per contrasto, la genialità e il ruolo eminente che alcune scienziate hanno ricoperto in diversi settori. Basti ricordare Emmy Noether fondatrice dell'Algebra moderna, Sonja Kovalevskaja prima donna docente in una università, Rosalind Franklin che ha trovato le prove sperimentali della struttura a doppia elica del DNA, Lise Meitner che per prima ha interpretato correttamente il fenomeno della fissione nucleare o la Nobel Barbara McClintock che con le sue ricerche ha rivoluzionato la genetica classica lavorando con un metodo definito da Evelyn Kox Keller “sintonia con l'organismo”, un modo di procedere molto diverso dal classico paradigma dell'oggettività scientifica.

Le pioniere


Le donne di scienza furono spesso presenti da pioniere in settori nuovi o di frontiera della ricerca: la fondatrice dell'ecologia fu Ellen Swallow nel 1870, ma il settore fu classificato allora come economia domestica; la matematica Ada Byron, figlia del famoso poeta, nell'Ottocento anticipò i principi organizzativi del calcolo automatico moderno, le basi dell'informatica. Quando però il nuovo campo si consolida, arrivano le istituzioni, il potere e i soldi, le ricercatrici ne vengono estromesse o addirittura se ne auto-emarginano. Come interpretare questa scelta negativa? E' dovuta alla scarsa attitudine delle donne alla competizione? ad una non accettazione dei modi del lavoro maschile? o al fatto che sono ancora molto penalizzate dal diverso carico nella divisione del lavoro familiare?

Le questioni aperte

Non sono solo queste le domande ancora aperte sul rapporto delle donne con la scienza. Alcune questioni ci sembrano irrisolte e crediamo importante proporle alla discussione, in relazione alle trasformazioni avvenute, per cercare delle possibili risposte.

La prima è se si possa parlare di un “genere” della scienza, se esista cioè un modo specifico delle donne di accostarsi al sapere scientifico, la seconda se la presenza sempre maggiore delle donne nella ricerca - le Facoltà di Biologia e di Medicina sono addirittura prevalentemente femminili - possa fare qualcosa per migliorarla.

Chi risponde in modo negativo alla prima domanda ritiene che la scienza sia solo un modello matematico della realtà e come tale non abbia senso attribuirle un sesso, poiché si tratterebbe di un pensiero che ha in sé i parametri della propria validità ed è quindi indipendente da chi lo formula. Affermare invece che esiste un approccio “femminile” alla scienza è rischioso. Il rischio consiste nel dire banalità o nell'arrivare a sostenere posizioni decisamente discutibili, come hanno fatto alcuni movimenti femministi statunitensi o del mondo anglosassone, quando hanno affermato che la scienza è contraria alla natura delle donne, che urta la loro sensibilità e le ferisce, perché le donne sono dalla parte della Natura e una cultura di dominio non può essere per loro.

La nostra ricerca sembra indicare che si possa parlare di un approccio femminile al sapere scientifico, almeno per due aspetti: le scienziate danno più importanza al linguaggio cioè alla parola, al modo di esprimere i contenuti delle ricerche e danno anche più importanza alla tecnica, intesa sia come tecnologia che come pratica, metodo, calcolo. Queste capacità, che non sono da ascrivere al DNA o ai cromosomi, ma che sono legate alle condizioni in cui storicamente le donne hanno operato, diventano adesso sempre più importanti.

Le donne e la nuova scienza

Prima di tentare una possibile risposta alla seconda domanda occorre nominare alcuni dei cambiamenti intervenuti in ambito scientifico e i problemi che ne sono derivati. La Fisica, che aveva raccolto grandissimi investimenti sia di professionalità che di studi economici all'inizio del secolo, ha ceduto il posto alla Biologia, che è diventata il volto nuovo della scienza investendola di continue trasformazioni.

Se pensiamo che la scoperta della struttura del DNA è del 1953 e che nel 1976 già si facevano esprimenti di ingegneria genetica, possiamo dire che dal punto di vista scientifico, il ventesimo secolo è stato brevissimo e ci sembra che proprio la rapidità dei cambiamenti sia il primo problema da affrontare perché spesso la trasformazione non riesce ad essere accompagnata da una riflessione adeguata da un punto di vista culturale ed epistemologico, cioè della comprensione dei linguaggi e dei concetti.

Un altro problema è dato dal fatto che in tempi brevissimi le trasformazioni si traducono in innovazioni tecnologiche che entrano nel mercato per cui la scienza è pressata da interessi che sono politici, economici e quindi è sollecitata a rispondere a domande che non sono più solo quelle teoriche del sapere quali sono le nuove frontiere della conoscenza, ma riguardano la capacità di migliorare prodotti e mercati, la richiesta di essere i primi in un certo settore tecnologico o strategico.

Gli interventi soprattutto nel settore della Biologia, dove ormai si punta nella modifica del vivente all'innovazione anche per quanto riguarda la terapia - non si pensa più al farmaco chimico di sintesi, ma al prodotto biologico con cui curare i nostri mali - preoccupano per quelli che possono essere i rischi dal punto di vista evolutivo, di intervento sul vivente e sul mondo - rischi denunciati puntualmente dalla scienziata indiana Vandana Shiva.

Molte perplessità nascono, inoltre, per lo sconquasso che le ricerche biologiche creano nella nostra cultura, nel nostro immaginario, nei simboli con cui abbiamo fin qui elaborato il nostro rapporto con la natura. L'idea che siamo noi a fabbricare il mondo vivente, ad agire come dei e a modificare tutto sconvolge il mondo simbolico che riguarda il nostro rapporto con piante ed animali e rispetto al passato non abbiamo il tempo di accompagnare la trasformazione che stiamo operando con un pensiero che ci renda sereni rispetto ai cambiamenti e consapevoli di poterli governare.

Il contributo delle ricercatrici

Se torniamo alla seconda domanda: “le donne, presenti in grandissimo numero nella nuova scienza possano fare qualcosa per migliorarla?”, riteniamo che la risposta possa essere affermativa. La ricerca, per come si sta svolgendo oggigiorno, non è un'attività eminentemente teorica: c'è il contributo del pensiero, c'è un nucleo profondo, duro, costituito dalla riflessione, dall'immaginazione e dallo slancio teorico, ma tutto questo è agganciato ad un sociale economico e politico che ormai pesa fortemente sulle direzioni della scienza.

Crediamo dunque che le donne possano avere un ruolo importante in quanto si interrogano molto di più sul tipo di lavoro che stanno facendo, si preoccupano del linguaggio, del trasferimento e della comunicazione di quello che stanno studiando e questi sono certamente elementi che possono portare un contributo di genere. L'attenzione a quello che facciamo e alla comunicazione, sviluppata nella storia che abbiamo vissuto, diventa adesso un elemento fondamentale perché il riuscire a porre domande, a guadagnare tempi per la riflessione e parole per la comunicazione implica assunzione di responsabilità nell'elaborare le forme del nostro futuro e diventa certamente un valore aggiunto nella ricerca.

La situazione italiana


Gli ultimi dati sulla relazione donne e scienza vengono dal testoFiglie di Minerva. Primo rapporto sulle carriere feniminili negli enti pubblici di ricerca italiani”, una inchiesta coordinata da Rossella Palomba, pubblicata da Franco Angeli. E' il risultato dell'indagine di quattordici autrici, in prevalenza esperte di demografia e statistica, partita dopo due riunioni avvenute a Bruxelles nel 1993 e nel 1998 tra parlamentari, ministri e mezzo migliaio di ricercatrici europee. Incitate dallo slogan della sociologa inglese Hilary Rose "No data, non problem, no policy", le autrici, esperte di statistica e di demografia come la stessa curatrice, hanno ottenuto l'appoggio del Cnr e della Commissione per le pari opportunità e hanno raccolto e analizzato dati con perizia, chiarezza e senza ideologia.

Le cifre dimostrano che le istituzioni scientifiche nel valutare la bravura femminile e quella maschile usano due pesi e due misure. Si è confermata  la tesi di uno studio  pubblicato nel 1997 sulla rivista “Nature” dalle  microbiologhe svedesi Agnes Wold   e   Christine Wenneras   che hanno dimostrato come,  per ottenere promozioni pari a quelle di un ricercatore, una ricercatrice debba essere 2,6 volte più brava.

Questa discriminazione ha spinto le scienziate dell’Unione Europea del Gruppo di Helsinkj” ad elaborare il Codice Minerva”, uno strumento, approvato nel 2005 e raccomandato dalla Conferenza della Presidenza Europea  nel 2006, per aumentare la correttezza e la trasparenza nell’assunzione e nell’avanzamento di carriera delle ricercatrici.

Concludendo…

Continuare a discutere questi temi e documentare la presenza delle ricercatrici mi sembra molto importante perché se il ruolo della Storia ha una importanza formativa non solo a livello documentaristico, ma anche nel sedimentare nelle persone una immagine di loro stesse, allora per le donne, soprattutto per le più giovani, è molto diverso credere di avere dietro di sé il vuoto nella scienza, rispetto al sapere che c'è un passato, che ci sono delle antenate, che quelle che si occupano di scienza non si affacciano su un mondo totalmente maschile.

 

Per saperne di più: Scienziate nel tempo. 100 biografie in vendita in libreria e on line


4-10 -2018 ultimo aggiornamento